Il giorno della Separazione

Atterro a Malpensa e sbuco dalla stazione Cadorna sotto il cielo di Milano senza nessuna sorpresa, ma nemmeno l’ansia che temevo. Fa freddo, il cielo mi cade sopra nel suo grigiore, la gente mi sfiora persa nella sua nuvola di pensieri, non ci sono incroci di sguardi. Conosco questo posto, ci ho vissuto piú tempo di quanto desiderassi, non provo piacere a tornarci, nonostante qui ancora vivano le mie piú care amiche. Ma penso sempre che sia meglio che vengano loro a trovarmi a Barcellona, per me uscire a Milano è ancora una sofferenza di ricordi e nostalgie amare. Peró stavolta sono costretta a starci due giorni, perché domani è il giorno della Separazione, ed è qui che si svolgerá il fattaccio.

Approfitto del pomeriggio libero per incasellare appuntamenti con gli amici che non vedo da mesi, alcuni da un anno, da quando ho lasciato l’Italia. Le vicissitudini della vita e la quotidianitá ci hanno portato a pronunciare molti “ci vediamo presto”, senza poi riuscire a rispettarli. Ma questo pomeriggio siamo di nuovo qui. A chiacchierare sotto una coperta sul divano con una tazza di the fra le mani, a ridere e spettegolare di fronte a una birra, a sedere intorno a una tavola mangiando una piadina. A tratti mi estraneo dal contesto e vedo tutte queste persone che prima erano parte della mia vita di tutti i giorni e che spesso mi mancano quando sono lontana: le guardo e mi sembra che non sia cambiato niente, il che puó essere anche una cosa bella, questo apparente sentirmi a mio agio come se non fossi mai partita; peró in realtá vedo tutto statico, fermo agli stessi discorsi di un anno fa, a una routine quotidiana che un tempo era anche la mia, e mi spavento. Non riesco a parlare tanto di me, preferisco ascoltare; mi sembra di non avere la forza di raccontare che cosa è cambiato davvero nella mia vita – a parte l’ovvia evidenza della separazione e dell’espatrio – come sono cambiata io. Non riesco a riavvolgere il filo. Intanto, mentre la giornata sta per finire, cresce l’ansia per domani.

Lui ci viene a prendere alla fermata del bus alle 9 di mattina. L’udienza è alle 10, abbiamo il tempo di andare insieme fino al Tribunale con calma e chiacchierando amabilmente. Manco a dirlo fa molto freddo e ha appena finito di piovere. Zero sorprese. Anche per il fatto che lui si presenta esattamente come immaginavo, con il pantalone grigio in piega, la camicia a tono, il cappotto grigio scuro e le scarpe eleganti.
Mentre lui, una volta in tribunale, va incontro al suo avvocato, il mio – che ci conosce entrambi da tempo, che ci ha conosciuti come coppia – non riesce a trattenere un apprezzamento su quanto lui sia ineccepibile e tenero, un ragazzo d’oro. A mia volta non riesco a trattenere un sarcastico “e dunque io sono quella che ha fatto la pazzia di lasciarlo”.
Mi viene da piangere.
Seduta in quel corridoio di Tribunale, guardo tutte quelle persone che non so perché siano lí ma non mi danno l’impressione di volersi separare. Intravedo solo una coppia che potrebbe essere nella nostra situazione. Hanno un solo avvocato, e sono una coppia distinta, piú verso i quaranta, lei alta bionda col capello in piega boccolata, occhiali grandi con montatura nera, cappotto in panno beige e pantalone nero con tacco 12. La guardo e mi dico che lei si, sembra proprio una che va a separarsi. Io mi sento piccola, col mio cappottino nero, gli stivaletti grigi, la cuffia beige infilata nella tasca.

Ora che anche il suo avvocato è arrivato, noi due ci allontaniamo mentre loro si accordano sulla compilazione delle ultime carte. Ci avviciniamo alla porta dove in un foglio è appesa la lista delle udienze di oggi. In terza posizione c’è scritto “Calli contro M.”, coperto da una striscia di pennarello nero, per la privacy, penso. Il mio cognome contro il suo. Si riduce a questo, a un contenzioso, cos’altro se no?, senza piú le parole, i dubbi, la sofferenza che hanno portato a questo momento. Mentre attendiamo la chiamata, in piedi al centro del corridoio, chiacchieriamo come due vecchi amici – cosa che effettivamente siamo – che si scambiano notizie sui conoscenti. Lui mi mostra il suo cellulare nuovo e io sbircio nello schermo scorgendo una foto multicolore e intuendo piccoli dettagli della sua nuova vita, del suo nuovo modo di essere. D’altronde anche a me è successo lo stesso, da quando la nostra coppia si è rotta mi sono ritrovata in un vortice di novitá, un arcobaleno cangiante di nuove possibilitá di essere veramente quella che volevo.

Quando arriva la chiamata tutti e quattro entriamo nella sala d’attesa, io e lui ci accomodiamo su un divano e lui mi racconta episodi divertenti della sua vita lavorativa. Lo vedo sereno e abbastanza rilassato. Mi sembra assurdo che questi minuti di attesa stiano passando con lo stesso mood di quando si fa la fila dal medico per andare a chiedere un’impegnativa. Alla fine veniamo ammessi all’aula del giudice. È grosso, anziano, con gli occhiali in punta di naso e lo sguardo fisso sulle carte, ci rivolge a malapena una saluto. Ci chiede di confermare la nostra identitá, fa lo stesso con gli avvocati, ci chiede se abbiamo letto il ricorso e se siamo ancora dell’idea di separarci. A turno rispondiamo SI, a voce alta. Una firma, ed è tutto finito. Esattamente con la stessa infima parolina con cui tutto era iniziato tre anni fa.

Incredibile quanto due lettere messe insieme abbiano il potere di creare e distruggere allo stesso tempo.

E come per suggellare il momento senza appesantirlo negativamente, andiamo tutti e quattro a bere un caffé. Io lui e i due avvocati. Mi sembra una cosa carina, sta finendo bene e senza drammi, senza sorprese. Peró intorno a quel tavolo mi allontano un’altra volta, decontestualizzo, e non mi riconosco nei loro discorsi da professionisti, mi sembra che parlino senza tenere in conto che ci sono anche io lí, unica persona a non esercitare una Professione con la p maiuscola. Mi lascio automaticamente fluire i momenti addosso, con una punta di voglia di piangere che mi stimola la coda dell’occhio.

Salutati gli avvocati, ci restano un paio d’ore da passare insieme, prima di salutarci con un abbraccio profondo alla fermata del bus. Lo sento vicino, è la persona con cui ho passato cosí tanti anni della mia vita, e i discorsi non fanno fatica a venire fuori. Si muovono con relativa facilitá, fra piccole micro-selezioni che entrambi inconsciamente facciamo per rimuovere micro-dettagli delle nostre vite attuali. Sento le parole che fluiscono, non piú costrette dentro il recinto di quel vincolo che aveva cambiato tutto. Il vincolo che da un anno a questa parte si era sciolto ogni giorno piú veloce e di cui oggi abbiamo sancito la fine con un SI.

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