Alla clinica della fertilitá – incipit

Se c’è una cosa che ho cambiato nella mia nuova vita barcelonesa è l’ambito lavorativo.

Io che arrivai a Milano nel (mi sembra ormai) lontanissimo 2007, per uno stage di 6 mesi alla fabbrica del cioccolato per il mio primo lavoro con una scrivania un computer colleghi riunioni cene di lavoro e straordinari non pagati. Con 700 euro al mese per pagarmi la stanzetta in un appartamento in zona Inganni. E poi da lì evolvere nella catena evolutiva dei lavori impiegatizi per fare ricerche di mercato sugli elettrodomestici con una capa vecchia dedita al lavoro che mi faceva sentire come la protagonista de Il Diavolo veste Prada (e pure la vecchia probabilmente vestiva Prada, un Prada sciura peró). E non c’era tempo libero che tenesse di fronte alle mie semi-forzate 10 ore lavorative quotidiane fra metro, stressanti straordinari (sempre non pagati, è implicito) e pianti catartici la sera di fronte alla cena. E via cosí fino a capire che a me, la vita da ufficio, faceva proprio schifo e che il sentirmi inchiodata alla sedia sotto a una lampada al neon per 9/10 ore al giorno a scrivere numerini su un foglio excel o anche semplicemente a gestire il sito web di un’azienda di bricolage pesante…ecco, mi è sempre sembrata una violazione della mia libertá. A me sta storia di essere impiegata non piaceva.

Fu cosí che, arrivando a Barcellona, iniziai a rimodellare anche la mia idea di lavoro. Volevo un lavoro freelance. Da fare in casa, con i miei orari, senza neon, e magari pagata. Lanciandomi sulle piattaforme online sono pure riuscita a fare qualcosa del genere. Mh. Qualcosa che comunque non mi consentiva di pagarmi la mia prima stanzetta con ventana interior in questa cittá che, seppur non cara come Milano, richiede comunque una certa entrata mensile. E niente, mi dovetti piegare all’Infojobs spagnolo. Inizialmente evitando accuratamente tutto ció che potesse ricordarmi la parola “impiegata”. Avevo sviluppato una specia di allergia. Fino al giorno in cui trovai l’annuncio di una clinica di fertilitá.

La Spagna, cosa credo nota, è un Paese con la mente molto aperta su temi che in Italia non solo sono tabú, ma che, se nominati, implicano scomuniche immediate e strappamento di capelli. Tipo i matrimoni gay o la fecondazione eterologa, per citarne due.

Le cliniche di fertilitá, in particolare, abbondano. E a me l’idea di lavorare in una clinica di fertilitá, incuriosiva un sacco.

A gennaio di quest’anno sono entrata nell’organico della Clinica, come recepcionista. Da non interpretare semplicemente come la persona che sta all’entrata per accogliere i clienti. La recepcionista della Clinica è quella che si occupa di aprire le cartelle cliniche delle coppie che vogliono avere un figlio, che parla con loro al telefono prima che arrivino a Barcellona, che le aiuta a orientarsi un po’ sul tema delicato dei trattamenti di fertilitá, che sta alla cassa e vede quanti soldi guadagna una clinica di questo tipo in una giornata tipo. La recepcionista della Clinica fa molte cose. E per la veritá sono cose interessanti: l’ideale per una come me che cercava un lavoro a contatto con la gente, in un contesto internazionale, in cui fosse necessario parlare le lingue.

In questi 9 mesi di lavoro alla Clinica ho parlato quotidianamente e in 4 lingue intercambiabili a piacimento, con centinaia di coppie (italiane, francesi, inglesi, olandesi, africane, sudamericane, coppie omosessuali, coppie sieropositive, donne single, donne single che vengono con un donatore di seme 18enne che spacciano per il loro fidanzato…). Ne ho viste di ogni.

E mi diverto. Mai lavoro fu piú azzeccato in un momento di cambio come quello che sto vivendo da un anno a questa parte. Mai professione fu piú adatta per darmi un’idea della varietá di pensiero che esiste al mondo, degli obiettivi comuni delle persone e del diverso modo di affrontarli, dei meravigliosi possibili assortimenti fra gli essere umani. Persone di ogni tipo e diversitá di pensiero. Lontane da me, da quello che conoscevo. Persone che mi hanno fatto capire quanto tutto possa essere relativizzato. I miei problemi di fronte ai loro, ognuno con le sue croci, ognuno con la sua maniera di affrontarli.

E giá tante storie da raccontare per riempire un intero libro.

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